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Conan Chronicles #1: IL MONDO AI TEMPI DI HOWARD

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Howard e il suo tempo

“Col termine Heroic Fantasy”, scrisse Lyon Sprague de Camp, autore e critico americano, appassionato di Howard e suo biografo e curatore, “si indica quel genere di storie ambientate non nel mondo come è, era o sarà, ma come dovrebbe essere per ambientarvi un buon racconto. Le storie che si riuniscono sotto questo nome comune sono fantasie avventurose che si svolgono in mondi immaginari preistorici o medievali, quando – è divertente immaginarlo – tutti gli uomini erano forti, tutte le donne belle, tutti i problemi semplici e la vita tutta un’avventura. In mondi del genere, città scintillanti alzavano le loro torri ingioiellate verso le stelle, stregoni mormoravano sinistri malefici in cripte e camere cerimoniali sotterranee, spiriti maliziosi saltellavano fra rovine dimenticate, mostri primigeni si aprivano sentieri attraverso giungle dimenticate, e il destino dei reami era in bilico sulle lame rosse di sangue delle spade impugnate da eroi dalla forza e dal coraggio soprannaturali.”

Quando ci avviciniamo ad un classico di questa portata, è importante comprendere il contesto in cui venne creato per vederne ancora più la forza e le doti che gli hanno permesso di divenire un caposaldo del genere perchè dotato di qualità innegabili al di fuori dei tempi e delle mode. Dobbiamo perciò cercare di immaginare gli Stati Uniti di quei due decenni, e cioè fra il 1920 e il 1940. Si tratta, come sicuramente ricordate, di un periodo molto particolare in un’epoca decisamente speciale.

In quegli anni in USA, eventi di grande rilevanza sociale ed economica si susseguirono senza tregua. Sarebbe estremamente interessante addentrarci a fondo in questi argomenti, ma ci limitiamo a presentarli per dare un’idea del contesto in cui visse e creò Robert E. Howard. Non sappiamo quanta parte ebbero nella sua formazione le vicende socio-politiche rispetto a quelle personali, ma di certo quello era il mondo in cui viveva e se ne deve tenere conto per comprenderlo meglio.

Nel 1920, a seguito di una ventata di moralizzazione della vita pubblica, la produzione, la vendita, l’importazione e l’esportazione di alcolici venne proibita dal Diciottesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Il Proibizionismo fu un movimento importante, sul quale molto è stato scritto sia nel bene che nel male. Impregnò in modo fondamentale i comportamenti e la mentalità di un decennio per sciogliersi poi come neve al sole. Ma il ventennio non fu caratterizzato ovviamente solo da questo. Erano gli anni ruggenti del charleston e dei gangster, del Cotton Club, di Harry Ford, della segregazione razziale, gli anni in cui imperversava ancora il Ku Klux Klan (che solo all’inizio degli anni ’30 si avviò al decadimento), gli anni della Trasvolata di Lindberg (1927) e in cui ci fu il Processo della scimmia di Scopes (1925) che racconta di come ci fossero ovunque, in USA, delle rilevantissime resistenze all’accettazione della teoria dell’evoluzionismo.

Furono anche gli anni di Hoover e Taft, gli anni del grande boom che tracollò nella devastante depressione (1929). Deflazione. Disoccupazione. Crisi economica estesa a livello mondiale. Miseria e suicidi. Dopo la luce accecante della sicurezza economica, e di uno status fluido in cui tutto era possibile per raggiungere sempre nuove vette, improvvisamente un baratro si aprì sotto i piedi di milioni di persone, e sicuramente ogni cosa ne fu toccata. Tutto questo durò molto, (il proibizionismo per esempio finì nel 1933) e si concatenò con la grande siccità (1933-1934) che costrinse i lavoratori rurali e i mezzadri, che avevano perduto le fattorie e la casa ora proprietà delle banche, a migrare al nord in treno, con la speranza di lavorare nelle industrie automobilistiche attorno a Detroit.

Infine, nel 1932, salì al governo Roosevelt. Egli, sostengono molti storici e suoi biografi, non aveva un piano preciso d’azione, ma sapeva che avrebbe dovuto affrontare le cose giorno per giorno. Con il suo New Deal prometteva “un nuovo corso per il popolo americano”, mentre la propaganda nazista imperversava all’estero.

Ecco, questo era l’ambito sociale e politico in cui nacquero i capolavori di Howard.

La letteratura fra la grande depressione e il New Deal

La letteratura americana che possiamo definire colta, visse un periodo d’oro durante tutti gli anni ’20 e ’30. In questi anni operano molti grandi scrittori, partendo da Gertrude Stein, Willa Chater, William Faulker, F. Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Sinclar Lewis, John Dos Passos e Carl Sanburg, senza dimenticare Erskine Caldwell e John Steinbeck, ed Edith Wharton.

Ma al fianco di questo parterre letterario composto indubbiamente da intellettuali o comunque da scrittori che toccavano temi contemporanei o storici in chiave realistica, esisteva senza dubbio un’altra cultura, qualcosa di assolutamente diverso eppure decisamente molto, molto diffuso. Esistono studi e storie di questa letteratura che non veniva definita colta ma popolare, e che era forse più seguita perché i numeri dei suoi lettori andavano calcolati su una serie trasversale di appassionati che affondava le sue radici nella classe lavoratrice o fra le cosiddette masse. Stiamo parlando, come sapete, del filone della letteratura soprannaturale e di quella dei polizieschi (non i polizieschi squisitamente deduttivi che erano amati dalle classi più intellettuali, considerati un gioco di intelligenza, ma quelli d’azione), oltre che della narrativa storica romanzata-romantica che, per certi versi, si avvicina molto al fantasy.

Proprio nel 1923, per soddisfare una domanda di temi fantastici sempre crescente, vista anche la situazione del paese, nasce la rivista Weird Tales. Il mensile, diretto da Famsworth Wright, era dedicato al Fantastico, all’Orrore, al Grottesco, al Mistero, e creò una nuova ampia disponibilità su un mercato che richiedeva a gran voce questi temi e non trovava nella letteratura di che saziarsi. È chiaro, quindi, che, avendo questo nuovo canale di diffusione specifico per il fantasy (così come c’erano i giornali o riviste in spedizione postale che ospitavano racconti a puntate per il poliziesco o il soprannaturale), ci fu improvvisamente una nuova generazione di autori che puntavano sulla resa emozionale di situazioni rapide e intense, adottando uno stile che fosse meno letterario, meno rifinito e dunque più efficiente in termini di tempi di produzione.

Robert E. Howard approdò su Weird Tales appena due anni dalla sua creazione e ad appena 19 anni di età, e i suoi racconti si imposero a partire proprio dal 1925 sulle pagine della rivista, dando il via ad una vasta schiera di fan, ma anche di imitatori, e dando così vita al filone Sword and Sorcery, cioè spada e magia.

Il successo della Fantasy Eroica, che incarna specificamente uno stile americano di fantasy (in Inghilterra infatti gli anni ’20 e ’30 sono gli anni degli Inklings, con Tolkien e Lewis, di tutt’altro stile), non accenna oggi a svanire.

La rivoluzione di Howard

Il fantasy non era una scoperta di Howard, ovviamente. Forse le sue radici americane non sono così antiche, in Europa abbiamo l’Odissea o l’Orlando Furioso e i romanzi cavallereschi per esempio, ma la letteratura inglese, tedesca e francese era diffusa negli Stati Uniti. Il mago di Oz è del 1900, e solo nel primo decennio del ‘900 Edgar Rice Burroughs scrive Tarzan e John Carter di Marte, ma Howard era certamente qualcosa di diverso.

L’elemento chiave che appare evidente fin da subito e che differenzia da tutti gli altri i personaggi di Howard, è la sua ribellione nei confronti dell’etica che viene appioppata ad un eroe. Infatti, i suoi personaggi sono dei barbari, anche se non sono sleali. Conan il Cimmero ha tratti positivi da barbaro (istinto, coraggio, senso della lealtà, generosità verso gli amici), ma quel che ricorda (un po’ erroneamente) chi legge è che è un mercenario rozzo e incolto, dedito a furto, sesso, carneficina. Tuttavia il comportamento di Conan è nobile nelle azioni così come lo è il suo portamento: nonostante abbia fatto il ladro, il mercenario, il pirata, aiuta chi si trova in difficoltà (non solo belle donne), e non gli importa tanto il guadagno quanto il piacere dell’avventura. La connotazione di barbaro è dunque non collegata alla sua cultura ma al modo in cui agisce, sempre privo di secondi fini, nobile e leale con gli umili, cosa che lo distingue dalla cosiddetta gente civilizzata, che considera con un certo disprezzo come molle. Molto diverso dal nobile cavaliere, dall’eroe senza macchia, dal fulgido esempio di virtù del canone.

Un altro elemento molto interessante è la totale mancanza di un credo religioso. Crom si disinteressa delle vicende mortali, conta solo se hai vissuto con valore e solo nel momento della tua morte. Perciò Conan non riconosce nulla di sacro né di inviolabile, non ha un codice d’onore scritto, né una dama alla quale essere fedele per la vita (cosa diversa da quanto rappresentato in alcune pellicole cinematografiche). Insomma, è un fantastico antieroe. Non un eroe negativo, ma un eroe che si costruisce da solo le sue regole senza per questo essere un malvagio o un anarchico. E per questo ci piace.

Alla prossima Conan Chronicle!

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